La nostra Cortona si avvicina alle Elezioni Regionali del 20 e 21 Settembre con una campagna elettorale finora, per quella che è la mia impressione, sotto tono..
Eppure mai come stavolta c’era stato un numero così ampio di candidati cortonesi. Ricapitolando, sperando di non dimenticare nessuno, il Partito Comunista presenta Andrea Mazzeo; la Lega Marco Casucci e Nicola Mattoni; Fratelli d’Italia Nicola Carini; Forza Italia Lina Bartelli in Manfreda; il Movimento 5 Stelle Cristiana Quaratini; Sinistra Civica Ecologista Federica Gabrielli e Andrea Vignini; Orgoglio Toscano Rita Mezzetti Panozzi; Toscana a Sinistra Antonella Carloni e Andrea Rubegni.
Ben undici candidati a Consigliere Regionale, dei quali è un auspicio più che lecito che ne risultino eletti il più possibile, così da offrire, a prescindere da quello che può essere il credo politico di ognuno, la giusta rappresentanza alla nostra città e al territorio della Valdichiana. Un territorio che, come più volte scritto, per una serie di motivi (ed errori) che sarebbe troppo lungo riepilogare negli ultimi anni ha progressivamente perso punti di riferimento ai livelli istituzionali superiori.
Cosa si può chiedere ai nostri candidati cortonesi? Io una prima idea ce l’ho e riguarda una prospettiva di futuro e sviluppo radicalmente nuova e diversa.
In questo 2020 la pandemia del Covid-19 ha fatto scoppiare la bolla degli affitti brevi e delle attività legate al cosidetto “mangificio”. Un impianto turistico, appunto, fragilissimo e sovradimensionato e ben presto andato in crisi.
E’ bastato che gli stranieri rimanessero a casa e gli italiani avessero meno disponibilità economiche per mettere in difficoltà un’intero sistema che, anno dopo anno, aveva sempre preso più piede a Cortona e non solo.
La città ha poi recuperato riempiendosi fra Luglio e Agosto e si è senza dubbio riusciti a evitare il collasso definitivo.
Abbiamo però più volte scritto che dopo il Covid piuttosto che sperare nella fortuna o rattoppare un sistema comunque mal costruito e fragile era l’ora di progettare un nuovo modello di turismo non troppo dipendente dalla domanda estera e alla presenza di grandi masse.
Torno quindi a scrivere che la desertificazione dei nostri centri storici si può superare solo proponendoli come luoghi dove provare a creare, osare, inventare un futuro diverso.
Un turismo differente e meno effimero, quindi, è il primo obiettivo da perseguire. Lo si può ottenere offrendo città piene d’arte e cultura, ma vive e non da cartolina. Luoghi accoglienti, con un clima civile, dove si respira la storia, ma esiste una vita vera e ci sono iniziative imprenditoriali, innovazione e lavoro un po’ più qualificante di quello che si trova adesso.
Per questo dobbiamo inventare una politica che riporti famiglie ad abitare nel centro storico tutto l’anno, favorendo il ritorno di attività commerciali di vicinato, più scuole, più mostre, più cultura e soprattutto più servizi.
In un involucro “vecchio” può sorgere il nuovo e trovare un habitat perfetto. Se si pensa che in Toscana, a causa del Covid, si sono persi oltre 25.000 posti di lavoro, l’emergenza occupazionale non può essere negata. Per risolverla bisogna partire dalle cose più preziose che abbiamo usandole non come una mucca da mungere (a beneficio di pochi, mentre a molti restano poche gocce), ma con spirito diverso.
Ricordo a questo proposito che abbiamo di fronte un’occasione importante: gli annunciati stanziamenti della comunità economica europea per i quali si rende necessario avere un’idea chiara di quale futuro costruire e una progettualità adeguata.
Oltre a questo, non dimentichiamoci di temi che potremo sviluppare in prossime occasioni, quali la sanità pubblica, con la necessaria rivalutazione dei piccoli ospedali (come quello di Fratta) o lo sviluppo della viabilità e dei trasporti per un futuro fatto di maggiore sicurezza, preferibilmente con soluzioni differenti dalla gomma.